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L'epoca d'oro della Francia

Il match La Bourdonnais-McDonnel

Parigi e i romantici del Café de la Régence

La BourdonnaisLa notte che nacque Louis Charles Mahé de La Bourdonnais (1797-1840) ragliavano gli asini. Forse Caissa volle annunciare così agli abitanti dell'Ile de Bourbon la nascita di uno dei suoi figli prediletti.

La sua famiglia era di quelle che contano. Il nonno, Betrand Francois Mahe de La Bourdonnais, era stato governatore di Mauritius (La Réunion) e ammiraglio della flotta francese, vincitore degli inglesi a Madras. La carriera di giocatore professionista non era certo la più adatta per il rampollo di una ricca famiglia borghese ed è probabile che suo padre, se solo avesse potuto immaginare il destino del figlio, si sarebbe ben guardato dal mandarlo a Parigi per proseguire gli studi al liceo Henri IV. Il giovane La Bourdonnais Invece partì e nel 1818 entrò per la prima volta al Café de La Régence dove fu subito inghiottito dagli scacchi che in breve divennero una fissazione.

"Se fa troppo freddo o piove, mi rifugio al Café de la Régence; là mi diverto a vedere giocare a scacchi. Parigi è il luogo del mondo e il Café de la Régence è il luogo di Parigi dove si gioca meglio a questo gioco; è da Rey che si confrontano Legal il profondo, Philidor il sottile, il solido Mayot, che si vedono le mosse più sorprendenti e si sentono i discorsi peggiori, poiché se si può essere uomo di spirito e grande giocatore di scacchi come Legal, si può anche essere grandi giocatori ma stupidi come Foubert e Mayot".

Il Cafè de la Régence in un dipinto dell'800Così Diderot descriveva il Café de la Régence nelle prime pagine del Nipote di Rameau, scritto intorno al 1770. Da allora la fama di Parigi quale capitale europea degli scacchi si era ulteriormente consolidata grazie soprattutto alle imprese di Philidor. Non che i suoi insegnamenti avessero lasciato grande traccia nello stile della generazione successiva, anzi. Il razionalismo philidoriano, il suo approccio scientifico, furono ben presto soppiantati dalla passionale irruenza dei romantici e il povero Pedone, solo pochi anni prima "anima degli scacchi", venne restituito al suo antico ruolo di "carne da cannone". Trionfava lo stile italiano. L'unico piano, già dalle primissime mosse, era l'attacco contro il Re. I pedoni e persino i pezzi venivano gettati furiosamente nella mischia e sacrificati con suprema indifferenza nell'ansia febbrile di dare scacco matto. Naturalmente l'attacco non era il prodotto di una valutazione degli elementi oggettivi presenti nella posizione, per questo si sarebbe dovuto attendere l'avvento di Steinitz, ma era semplicemente l'unico modo onorevole di condurre una partita. Chi rifiutava un gambetto o un sacrificio di pezzo era un vile, una persona indegna di giocare a scacchi. Va da sé che le partite che terminavano in patta erano pochissime poiché era considerato poco onorevole.

La formazione scacchistica di La Bourdonnais avvenne dunque in questo clima. Come tutti i grandi giocatori, tuttavia, egli non si limitò ad assimilare lo stile del tempo, ma riuscì anche ad arricchirlo grazie ad alcune intuizioni originali, in particolare relative all'importanza del centro e degli avamposti. Lasker descrive il suo stile in questi termini:

"Incalzare ogni unità sviluppata nel centro con una forza almeno equivalente e combattere il nemico, dopo averlo costretto a indietreggiare, con un avamposto ben coadiuvato nel cuore della posizione avversaria. La Bourdonnais, è vero, non espresse mai questo piano a parole; ma non era uno scrittore di scacchi, era un giocatore e le sue intenzioni si riflettevano nelle sue mosse".

Mosse davvero efficaci le sue, come sapevano bene i "pousseur de bois" che per una modica posta avevano il privilegio di sfidarlo al Café de la Régence. Qui, La Bourdonnais aveva il suo tavolo riservato dove sedeva sette giorni su sette giocando a scacchi, fumando sigari e bevendo punch. George Walker, appassionato di scacchi e autore del libro Chess and Chess Players pubblicato a Londra nel 1850, lo descrive così:

"Ha una corporatura ampia e tarchiata e la testa sarebbe un ottimo soggetto di studio per un frenologo, avendo gli organi del calcolo enormemente sviluppati. Solida e massiccia, la testa di La Bourdonnais è veramente napoleonica; scolpita nel marmo, poggia su spalle di granito, come quella di Aiace Telamonio. L'occhio è penetrante e trapassa la scacchiera, al punto da dare la sensazione che veda benissimo al buio. [...] La sua rapidità è assolutamente sbalorditiva. Alzi la mano per fare una mossa e le dita del francese sono già a mezz'aria, pronte a rispondere, prima che tu sia arrivato a toccare il pezzo che intendi muovere. Fai la mossa e il tuo avversario risponde prima che tu abbia ritirato il braccio. Questo ritmo febbrile mette a dura prova i nervi di un inglese".

Nel 1820 La Bourdonnais divenne allievo di Deschapelles, ma già l'anno successivo dimostrò di avere superato il maestro vincendo un match triangolare, al quale partecipò anche l'inglese Cochrane, un giovane avvocato di famiglia aristocratica che avrebbe poi trascorso gran parte della sua vita in India. Grazie a questa vittoria La Bourdonnais poteva ormai considerarsi a pieno titolo il miglior giocatore di tutta la Francia. Fu così che l'eco della sua fama volò verso nord, oltre la Manica, fino a raggiungere le eleganti sale degli esclusivi "club" londinesi.

I "club" londinesi e la nascita della scuola inglese

Quando il grande William Lewis vinse l'ennesima partita contro il suo giovane allievo, al quale aveva concesso il vantaggio di Pedone e due tratti, nessuno tra i presenti avrebbe potuto immaginare che proprio allo sconfitto, circa dieci anni dopo, sarebbe toccato in sorte il compito di difendere l'onore britannico contro il primo giocatore di Francia. Il suo nome era Alexander Mac Donnel. Nato a Belfast nel 1798, era figlio di un chirurgo e membro del clan Mac Donnel, il ramo irlandese del Clan Donald le cui origini risalgono all'epoca di Somerset, primo "Signore delle Isole". Dopo avere svolto per qualche tempo la professione di agente di commercio nelle Indie occidentali (la Guiana britannica), si trasferì a Londra dove ottenne l'importante posto di segretario della Società delle Indie Occidentali. Il suo compito era quello di seguire in Parlamento lo stato di avanzamento dei progetti di legge relativi alle Indie occidentali, un lavoro che gli rendeva bene senza impegnarlo eccessivamente e gli lasciava tutto il tempo per dedicarsi alla sua vera grande passione, gli scacchi.

Se Parigi era il luogo del mondo dove si giocava meglio a scacchi, Londra poteva aspirare a pieno titolo al ruolo di sfidante ufficiale. Nei primi decenni dell'800, mentre presso la Régence nasceva e si sviluppava la scuola francese, nei club londinesi anche la scuola inglese cominciava ad arricchirsi di nuovi talenti.

Trafalgar Square, opera di Edward Pritchett (1828-1864) Il suo capostipite fu J.H. Sarrat, maestro di scuola e frequentatore assiduo del London Chess Club presso la Tom's Caffee House. Essendo stato allievo di Verdoni, fu un seguace dello stile italiano e "Professor of Chess", come egli stesso si definì, di un'intera generazione di romantici. Negli anni '20, la scena londinese era dominata da un suo allievo, William Lewis, giocatore professionista e fondatore di una scuola di scacchi in St. Martin Lane, a un tiro di schioppo dalla vecchia sede dello Slaughter's. Agli occhi degli appassionati inglesi Lewis appariva l'unica persona in grado di contendere il primato ai giocatori francesi. Nel 1821 si era recato al Café de la Régence, nella tana del lupo, dove aveva giocato con Deschapelles vincendo una partita e pattandone due, sebbene il francese, com'era sua abitudine, avesse insistito per concedergli il vantaggio di Pedone e tratto. Quando due anni dopo il nuovo astro francese La Bourdonnais giunse in visita a Londra per tastare il polso ai colleghi d'oltre Manica, si pensò subito a organizzare un suo incontro con Lewis. L'esito fu una vera doccia fredda: cinque vittorie per La Bourdonnais e solo due per Lewis. Il francese era un osso duro, molto più forte dello stesso Deschapelles. Il divario che separava gli scacchisti francesi da quelli inglesi sembrava aumentare sempre più.


Nel 1825 La Bourdonnais aveva sposato una giovane inglese, Eliza Waller Gordon, e negli anni successivi tornò spesso a Londra. Impetuoso, cordiale, competitore accanito, divenne molto popolare nei circoli scacchistici della capitale, dove incontrò e sconfisse tutti i più forti giocatori locali. Poi, nel 1830, la sua vita cambiò e i viaggi a Londra improvvisamente cessarono. La sua mente, così abile nel districarsi sulle sessantaquattro caselle, non lo era altrettanto nel mondo degli affari. Così, dall'oggi al domani, La Bourdonnais, il ricco gentiluomo possessore di "un castello, cinque domestici e due carrozze", si ritrovò in miseria, ridotto sul lastrico da alcune sciagurate speculazioni edilizie a Saint Malo. I suoi beni vennero messi all'asta, compresi i mobili, i libri e i vestiti. Da quel momento gli scacchi, passione divorante per la quale aveva trascurato i suoi affari, divennero una professione e il suo unico mezzo di sostentamento. Giocava un franco a partita e per un certo tempo godette di uno stipendio di 1.200 franchi come segretario del Circolo di scacchi di Parigi. Scrisse anche un trattato in due volumi, Nouveau Traité du jeu des échecs, pubblicato nel 1833 e tradotto poi in russo e spagnolo. Nel primo libro trattò le aperture, il centro e le partite a vantaggio; nel secondo pubblicò 60 diagrammi con problemi e finali di partita, aggiungendo le regole del gioco quali si praticavano a Parigi. Fra queste la seguente: "Se taluno pone inavvertitamente il proprio Re sotto scacco e non se ne accorge prima che l'avversario muova, questi può, con il tratto successivo, prendere Donna dicendo scacco al Re".

Mentre a Parigi La Bourdonnais si ingegnava per sbarcare il lunario, a Londra il nuovo uomo da battere era McDonnel, l'irlandese del Westminster Chess Club, giocatore brillante e temerario capace di creare dal nulla combinazioni micidiali. Così, nel 1834, La Bourdonnais partì nuovamente alla volta di Londra per raccogliere la sfida.

Il match La Bourdonnais-McDonnel

Dopo una riflessione che parve interminabile McDonnel catturò il Pedone con la Torre. La Bourdonnais imprecò ad alta voce, come era solito fare quando le cose si mettevano male, prese il Re e lo rovesciò al centro della scacchiera per indicare la sua intenzione di abbandonare. Era la sesta partita del primo match e l'irlandese si era appena portato in vantaggio per 2 a 1. Il pubblico che assiepava il Westminster Chess Club prese subito d'assalto il tavolo per congratularsi con lui, ma la gioia degli appassionati inglesi sarebbe stata di breve durata. Nei giorni successivi La Bourdonnais vinse sei partite consecutive ponendo tra sé e l'avversario un distacco che non sarebbe stato più colmato.

La sfida era iniziata alla fine di giugno e si protrasse per quattro mesi, durante i quali vennero giocate ottantaquattro partite suddivise in una serie di sei match. Si giocava nei locali del Westminster Club, tutti i giorni da mezzogiorno alle sette del pomeriggio, ma molte partite vennero interrotte e riprese il giorno successivo. Le condizioni di gioco erano ben diverse da quelle attuali: non esisteva orologio né controllo del tempo. La Bourdonnais era un giocatore abbastanza rapido, ma McDonnel poteva riflettere anche un'ora e mezza su una sola mossa. Nessuno dei due giocatori scriveva le mosse. A quel tempo questa abitudine non si era ancora consolidata. Se le partite sono giunte fino a noi è grazie a William Greenwood Walker, l'anziano segretario del Westminster Chess Club che durante l'intero match restò seduto accanto a McDonnel osando a malapena respirare per paura di disturbare la concentrazione del campione inglese, del quale era un tifoso sfegatato. Una precauzione quasi commovente, se si pensa che l'ambiente di gioco non era isolato né chiuso da cordoni. Intorno c'era un baccano d'inferno, anche se i giocatori che frequentavano il Régence e il Westminster dovevano essere abituati al rumore. La gente si affollava intorno alla scacchiera discutendo ad alta voce la situazione. La Bourdonnais non sembrava affatto infastidito, ma McDonnel sì. Non mancavano neanche gli zotici che interrompevano addirittura i giocatori, come racconta il solito George Walker che ha lasciato un vivace resoconto della sfida:

"Ricordo di avere assistito personalmente all'entrée di uno dei miei cari compatrioti nel locale del circolo dove McDonnel e La Bourdonnais erano impegnati in una delle loro posizioni più difficili. Il nostro amico strinse la mano a ciascuno dei due, poi si insinuò fra loro ed esaminò deliberatamente la scacchiera appoggiandosi con le mani in mezzo ai pezzi. Comunque, dopo appena cinque o sei domande, tipo "È la vostra prima partita oggi?", "Quella Torre sembra proprio nei guai" e "A chi tocca muovere?" permise, bontà sua, che il gioco continuasse con somma gratitudine degli interessati".

I due uomini erano l'antitesi l'uno dell'altro. La Bourdonnais non parlava l'inglese, McDonnel il francese. McDonnel era chiuso, flemmatico. La Bourdonnais era impaziente, eccitabile, a volte rideva felice per una buona mossa, altre volte imprecava in francese "a voce alta, senza usare mezzi termini, quando la sorte gli era contraria". Talvolta si spazientiva per la lentezza di McDonnel. Dopo ogni partita, l'irlandese tornava subito a casa per prepararsi all'incontro successivo. La Bourdonnais, invece, restava al circolo fino a tardi, pronto a sfidare chiunque per mezza corona. La sua riserva di energie sembrava infinita.

Le partite erano accanite, movimentate, spesso complicatissime, tipici prodotti dello stile romantico. Ogni partita era giocata all'arma bianca, senza tenere conto del punteggio complessivo del match. L'unica cosa che contava era la vittoria. Le combinazioni di McDonnel sembravano scaturire dal nulla. Dal punto di vista tattico egli non era affatto inferiore al francese. Tuttavia, è sul piano posizionale che La Bourdonnais si dimostrò più forte. La sconfitta di McDonnel, inoltre, fu anche aggravata dalla sua ostinazione nell'adottare varianti di apertura, soprattutto gambetti, decisamente dubbie. Alla fine, La Bourdonnais vinse quarantaquattro partite, McDonnel ventisette. Non vi erano dubbi sulla superiorità del francese.


MatchLa BurdonnaisMcDonnelPatta
1 16 54
2 4 5 0
3 6 5 1
4 8 3 7
5 7 4 1
6 4 5 0

L'enorme interesse suscitato dell'evento, che venne seguito anche della stampa, si può spiegare in vari modi. Vi era innanzitutto la radicata rivalità anglo-francese, non solo scacchistica, che spinse il francese Méry a scrivere un commento della trentanovesima partita in 248 versi intitolato Une revanche de Waterloo; vi era l'antica passione anglosassone per le scommesse, tanto che a ogni partita venivano messe in palio somme anche considerevoli; vi era soprattutto la sensazione di assistere a un evento senza precedenti: il numero di partite, la qualità del gioco, l'accanimento e la lunghezza di ogni singola partita, le chilometriche riflessioni di McDonnel, tutto contribuiva a creare l'impressione che al Westminster Club stesse accadendo qualcosa di unico e irripetibile, niente a che vedere, ad esempio, con la sfida fra Lewis e Deschapelles, dove le tre partite furono giocate rapidamente poco prima dell'ora di pranzo.

Il match La Bourdonnais-McDonnel esercitò una grande influenza sui giocatori delle generazioni successive e divenne l'emblema stesso dell'epoca romantica. Commenti alle partite furono scritti, tra gli altri, da Staunton, Morphy, Anderssen e Cigorin. Ancora nel 1868, Les six matches joués entre de la Bourdonnais et Mac Donnell formarono l'oggetto di un libro di Sanson, pubblicato a Parigi in quell'anno.

Al termine del match,dunque, La Bourdonnais si sarebbe potuto chiamare campione del mondo, se a quell'epoca fosse esistito un titolo del genere. Si stava progettando di continuare la competizione quando McDonnel prese la malattia di Bright e morì. Secondo alcuni le conseguenze del male furono aggravate dalle fatiche del match. Aveva solo trentasette anni.

La Bourdonnais disputò altri due match: uno a Parigi nel 1836 con Szen, al quale il francese concesse il vantaggio di Pedone e due tratti, che terminò con una sconfitta di stretta misura (+12 =0 -13), e un altro con l'inglese Church nel 1837, nel quale la vittoria era pattuita a favore di colui che per primo avesse vinto 51 partite. Il 29.4.1837 La Bourdonnais era in vantaggio per 40 partite vinte contro 5 perdute e l'avversario abbandonò. Nel 1836 fondò la rivista La Palamède, la prima rivista di scacchi della storia, che diresse fino alla cessazione, avvenuta nel 1839 quando, ammalatosi di idropisia, rimase nuovamente senza un soldo e decise di trasferirsi a Londra come professionista fisso presso il Chess Divan. Il salario era di due ghinee la settimana, appena sufficiente per vivere. La Bourdonnais arrivò a Londra con la moglie, stette bene per qualche giorno, poi crollò "e fu trasportato nel suo alloggio in preda a forti dolori", come scrive Walker. Un medico diagnosticò un'ernia scrotale oltre all'idropisia. Venne costituito frettolosamente un comitato per raccogliere soldi a favore del maestro ammalato, ma la bandierina di La Bourdonnais stava ormai per cadere. Morì il 13 dicembre 1840 a quarantatré anni. Venne sepolto a Kensal Green vicino alla tomba di McDonnel.